di Samuel Cogliati Gorlier 

• 28 marzo 2025 •

Eccoci alla seconda parte della degustazione bordolese organizzata da Sarzi-Amadè a Milano (qui la prima parte).

Aop Pauillac

Saint-Estèphe e Pauillac si toccano. Queste due Aop sono contermini e anzi, in certi lacerti di territorio si sovrappongono. Ma Pauillac ha goduto di molta più fortuna mediatica. Ospita infatti ben tre dei cinque Premier cru classificati nel 1855, due Second cru e diversi altri cru classé di notevole prestigio e statura. Il terroir è relativamente omogeneo, con sabbie e ciottoli ad ovest, maggior presenza di argilla lungo la Gironda. Qui tradizionalmente il Cabernet-sauvignon ha più presa e una maggiore presenza rispetto al Merlot. Il 2019 lo ha magnificato. E nei vini si coglie.

Château Lafite-Rothschild. Ubi maior… Iniziamo dal più celebrato degli châteaux presenti a Milano. L’annata ’19 (CS 94%, M 5%) ha dato un Lafite pepato, mentolato, marino, silvestre, ricco di fascino e sfumature, all’altezza dei grandi millesimi praticamente imperituri. In bocca il vino ha la densità che ci si attende, ma l’allungo balsamico è già setoso, quasi burroso. Fascino indiscutibile, anche se il vino si dimostra un pizzico svenevole, strizzandoci l’occhio. È grande e lo sa. Ma lo dice anche, e questo lo rende un pochino meno nobile.

Una bella sorpresa viene indubbiamente dallo Château Haut-Bages Libéral, che nel 2019 (CS 90%, M 10%) offre una prestazione di vera levatura. Certo ancora un po’ legnoso al naso, ha però un profilo serrato e speziato, dal timbro balsamico, con una bocca morbida e cremosa, molto fine e slanciata. Un portamento elegante, per un vino assai convincente.

Conferma di autentica caratura nel 2019 dello Château Pichon Baron Longueville, “super-second” di cui peraltro è difficile discutere la stoffa. Il millesimo (CS 87%, M 13%) denuncia un impatto appena tostato e austero, con note balsamiche e una certa severità di portamento. Concentrato al gusto, vanta struttura e quadratura, con un finale salino. Un pauillac di razza, destinato ad evolversi per un cinquantennio, come nella migliore tradizione Pichon Baron.

Anche lo Château Pontet-Canet, Cinquième cru di gran lunga sottovalutato, trova nel 2019 un millesimo di sicuro valore. Il vino (CS 65%, M 30%, CF 3%) è selvaggio, aromatico e assai originale. La bocca dà prova di leggerezza e purezza, con una tensione che conferisce un poco di severità. Appena tostato il finale. Gran vino.
Ma ancora più impressionante è il 2014 dello stesso château (assemblaggio pressoché identico), annata che non ha una fama indimenticabile. Invece in questo caso si incide nella memoria per il suo carattere aereo, fine, quasi di carne. In bocca ha una densità bilanciata e merlettata, soave e soda, senza inutili durezze. Chapeau.

Meno convincente il 2019 dello Château Lynch-Bages (CS 70%, M 24%), la cui morbidezza è tuttavia asciugata da un tannino ancora stringato, forse estratto. Bottiglia da attendere.

Piccola delusione dallo Château Haut-Batailley, che nella pregevole 2019 (CS 76%, M 24%) consegna un profilo un po’ vegetale, con un impatto gustativo sorprendentemente smagrito e una chiusa molto secca.

(Un momento della degustazione – foto © Studio TISS)

Aop Saint-Julien

Al confine meridionale con Pauillac, Saint-Julien-Beychevelle non è riuscita a strappare alcun Premier cru nel 1855. Ma i suoi Second sono di tutto rispetto!

Lo Château Léoville Las Cases è probabilmente il più illustre del comune, e viene spesso considerato un Premier de facto. L’annata 2019 (CS 79%, M 11%, CF 10%) mette in luce un vino dallo spettro aromatico balsamico, muschiato ed elegante, con un sorso rotondo e linfatico, molto maturo, quasi zuccheroso, di impronta facile e succosa, assai più aperta di altri concorrenti dello stesso millesimo. Eccellente l’annata 2006 (CS 85%, M 14%), riservata al naso, ma dalla bocca fruttata e giovanile, arrotondata eppure dinamica. Una vera infusione per un gran vino entrato nella sua fase migliore. 

Più controverso il 2019 (CS 80%, M 20%) dello Château Ducru-Beaucaillou, altro Second di livello. L’impatto è infatti un po’ ridotto, con note di conifere e di tabacco freddo. La bocca però si rivela morbida e polposa, dotata di slancio e finezza, per una gran bella bottiglia.  Eccezionale l’opportunità di degustare l’annata 1995 (il Merlot dovrebbe essere leggermente più presente), dal naso gentile di tè, foglie secche, timo, e dalla bocca liquida, sottile, acidula ma avvolgente, con un tocco finale di liquirizia, screziato di affumicatura.
D’altra parte i trent’anni sono la prospettiva naturale di un grande bordeaux. 

Aop Margaux

Chiudiamo con una fugace incursione a Margaux, grazie alla masterclass dedicata allo Château Palmer, Troisième cru di bella presenza.

La difficile annata 2021 (M 56%, CS 41%) presentata per prima consegna un vino dal frutto un po’ gelatinificato e dal profilo tostato. Al sorso l’acidità è possente e il tannino ancora duro. Bottiglia da aspettare speranzosi, ma il suo potenziale appare limitato.

Interessante riassaggiare l’ottima vendemmia 2010 (CS 56%, M 40%, PV 4%), dalla veste molto scura. Zuccherosità fine al naso, con un tocco animale e candito, e note di tamarindo. In bocca la tensione si fonde con un tannino ancora un poco rigido, mentre il potenziale aromatico dei fenoli inizia a sprigionarsi. Vino ancora molto giovane, da vagheggiare tra dieci o vent’anni. • 

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Scritto con Intelligenza Non Artificiale ®

(Lafite Rothschild a Pauillac)