di Samuel Cogliati Gorlier
• 25 marzo 2025 •
Gli eventi organizzati da Sarzi-Amadè sono, da che io ricordi, vere e proprie accademie panoramiche del miglior classicismo del vino francese. Anche in questa occasione l’azienda oggi guidata da Claudia e Alessandro Sarzi-Amadè ha orchestrato una degustazione di altissimo interesse, non solo per il livello generale dei vini, ma anche per l’organica e intelligente distribuzione del materiale a disposizione del pubblico.
Sarzi ha chiesto ai 39 châteaux bordolesi rappresentati all’hotel Westin Palace di Milano di portare i vini dell’annata 2019, e poi via libera a un secondo millesimo a loro scelta.
Poter saggiare Bordeaux orizzontalmente su un’annata ormai “fatta” – non le un po’ sterili degustazioni primeur, per intenderci – è un’occasione impagabile. Tanto più che, si sa, bordeaux ha bisogno di tempo, in botte prima, in bottiglia poi, per iniziare a esprimersi. L’esatto contrario del borgogna rosso, spesso abbordabile sin dalla nascita, anzi talora prima.

Dentro la degustazione
Dinanzi a un centinaio di referenze disponibili una delle cose peggiori da fare è degustare tutto; la seconda è non avere un metodo. Io ho provato a darmene uno, scremando sin dall’inizio. Mi sono concentrato sui rossi, sulla Rive gauche, anzi sul Médoc, e più precisamente sulle Aop comunali del Médoc centro-settentrionale: Saint-Estèphe, Pauillac, una parte di Saint-Julien.
Iniziamo dall’annata. L’ottima 2019 è il perno di un terzetto considerato meraviglioso che, secondo alcuni, ripete in modo singolare la triade 1988-1990. Meno estremo del canicolare 2018, il millesimo ’19 è equilibrato, grazie a temperature al di sopra della media a luglio e agosto ma con notti fresche, e precipitazioni salvifiche a inizio agosto e metà settembre. Insomma: un’annata pressoché ideale, anche grazie a rese generose senza essere pletoriche (attorno a 50 hl/ha in media).
In queste condizioni, con una vendemmia avviata verso il 23 settembre per il Merlot, il re incontrastato è il Cabernet-sauvignon, specie nei terroir dalla maturazione lenta, ad esempio i terrazzi alluvionali detti “T4” a bordo Gironda.
I risultati sono omogenei per un livello di qualità davvero elevato, ma più diversificati dal punto di vista della prontezza di beva. Alcuni château mostrano vini già perfettamente bilanciati, con una trama tannica che mette in risalto una golosa rotondità; altri si mostrano più classicamente ancora chiusi.
Aop Saint-Estèphe
Saint-Estèphe è la più settentrionale delle appellations comunali del Médoc. La sua fama di vini talora un po’ austeri ha spinto alcuni château a piantare il più consensuale Merlot, per limare gli spigoli. Qui infatti l’uva regina del Libournais raggiunge un 43% della superficie totale, insolito per la Riva sinistra. Sulla carta, non è dunque a Saint-Estèphe che il 2019 dovrebbe esprimere il meglio di sé. Ma ci sono delle eccezioni.
Cos d’Estournel
Il Cos per eccellenza, si sa, è uno dei più trionfali “super-seconds”.
Con l’annata 2019 (CS 65%, M 35%) conferma questa fama. Naso ricco, profondo e profumato. In bocca ha potenza, lunghezza e una raffinatezza tannica di grafite da inchino.
Il 2008 portato a Milano dalla proprietà rimane, nonostante l’età, serrato in un naso di spezie dal profilo più avaro. In bocca la freschezza (CS 85%) dà tensione e aromi marini, con un finale appena asciugato.

Di tutt’altro profilo Château Montrose, il cui 2019 (CS 64%, M 30%), ancora in parte imbrigliato nella sua corazza fenolica di tabacco toscano, non possiede la generosità né lo spettro del Cos. In bocca infatti mostra fermezza, con un’architettura minerale che lo proietta di diritto nella seconda metà del XXI secolo.
L’annata 2017 (CS 76%, M 20%) al naso è riservata, e un pizzico appesantita dal legno. Al sorso c’è il pathos della morbidezza, con una trama appena lasca. Finale mentolato. Da attendere ancora.
La masterclass guidata dal DC Arnaud Frédéric ha dato modo di assaggiare anche la splendida 2005 (CS 65%, M 31%), millesimo siccitoso che ha le armi per piacere ai borgognofili: aromatico, speziato, selvaggio ma raffinato, sciorina il suo spettro fenolico su una partizione gustativa tesa e tannini ancora asciutti. Una bottiglia da rincontrare tra dieci o vent’anni.
Ambizioso anche il 2018 di Tertio de Montrose, troisième vin basato sul Merlot (49%). Versione che patisce un poco il rovere, che lo ha asciugato, ma non così tanto da privarlo del suo carattere carnoso.
Più facile, animale, pieno e succoso il 2012 di Tronquoy-Lalande (M 57%, CS 40%), château della stessa proprietà di Montrose (Bouygues), che fa della rotondità della sua struttura un punto di forza per renderlo agevole e succoso (come da copione con oltre metà di Merlot). Oggi la ’12 è all’apogeo; non evolverà ulteriormente.
Château Ormes de Pez
Anche Ormes de Pez, come Montrose, esibisce un 2019 (M 50%, CS 40%) serrato, quasi catafratto al naso. In bocca però il Merlot dà linfa, volume, setosità. Ne esce un vino molto confortevole e varietale.
L’annata 2017 (M 51%, CS 42%, CF 7%) regala un bouquet più aperto ed espressivo, tratteggiato da note di selvaggina molto eleganti. Grinta e freschezza all’assaggio, per una versione convincente di questo millesimo.
Calon Ségur
Il 2019 a Calon (CS 56%, M 35%, CF 7% in media) ha fornito un vino che appare fruttato, aromatico e ricco di sfumature al naso. In bocca però c’è una morbidezza accentuata, pseudo-dolce, con un finale caramellato forse condizionato dall’affinamento (100% legno nuovo).
Assai meglio – ed è curioso! –, la controversa annata 2011, che qui è piena di fascino (sottobosco) e dotata di slancio in bocca, con la fermezza del tannino che conferisce lunghezza al sorso. •
Scritto con Intelligenza Non Artificiale ®
[foto d’apertura: Saint-Estèphe in uno scatto di Georges-Henri Cateland]