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Il periodico
Dopo una laboriosa (e avventurosa) preparazione, a ottobre 2009 esce il numero zero di www.possibilia.eu periodico online per curiosi. Una realizzazione che riflette l'orizzonte libero e senza preconcetti della nostra linea editoriale.
Da subito, un gruppo di autori aderisce al progetto, alcuni dei quali formano il nucleo redazionale più stabile.
Possibilia si non si propone di fare informazione in senso stretto: tante altre testate più veloci e attrezzate ricoprono già questo ruolo. La nostra rivista desidera offrire ai suoi lettori contenuti insoliti, dando diritto di cittadinanza a temi o chiavi di lettura spesso trascurati o snobbati. Un periodico generalista a 360 gradi? Solo in parte. Possibilia non funziona per compartimenti tematici, ma per modalità di approccio alla materia. Accoglie così una sezione per Dilettarsi, una per Pensare e una per Sorridere. Si aggiungono una sezione di News - la sezione “d'attualità” della testata - e una sezione destinata ai Pubbliredazionali, con lo scrupolo di mantenere eticamente distinti contenuti commerciali e redazionali, valorizzando così entrambi.
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Stefano Gianuario
Verticalità / 2: l’emirato arabo teso verso il cielo

Dubai, la Perla del Deserto
Contraddizioni, fascino ed eccessi tra grattacieli, crociere e un mercato del lavoro “particolare”.

di Stefano Gianuario

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Cresce verso l’alto e punta diritto al cielo. Niente di profetico né tanto meno di biblico anche se Dubai, la Perla del Deserto, di torri di Babele ne annovera sempre più, per nulla intimorita da punizioni divine per troppa ambizione. La città-emirato è un trionfo della verticalità: nell’immaginario collettivo, pensando ai grattacieli, non balenano più in mente le sole metropoli statunitensi.
Sebbene l’area geografica sia teatro di storia millenaria, Dubai è nuova di zecca per l’immagine che offre di sé, in costante evoluzione al punto da confondere chi l’ha vista una manciata d’anni prima. Una distesa di grattacieli e di costruzioni letteralmente faraoniche, e un cantiere aperto dove il 25% delle gru a uso edilizio al mondo e instancabili operai lavorano a ritmi frenetici per continuare a far crescere, verso l’alto, la città. Quali sono le ragioni di questa corsa verso il cielo?

Una prima risposta è di carattere economico. Lo sceicco Maktum bin Rashid Al Maktum aveva interiorizzato una ventina d’anni fa che i giacimenti di gas e di petrolio - da sempre inferiori rispetto agli altri Emirati Arabi - si sarebbero esauriti in fretta e di pari passo si sarebbe dovuto ridurre anche il tenore di vita da sceicco, per l’appunto. Ed ecco l’alzata di ingegno del regnante: lo sviluppo economico di Dubai sarebbe rimasto inalterato grazie a un settore non contemplato sino a quel momento: il turismo. Un’intuizione che ha portato nel 2009 a far pesare il turismo per il 19% del prodotto interno lordo e a ospitare 5,64 milioni di visitatori. Un’idea che quando l’amato sovrano è venuto a mancare, nel 2004, ha trovato sostegno nel suo fratello successore, Mohammed bin Rashid Al Maktum, che ha continuato a investire fior fiore di petro-gas-dollari per incentivare i flussi turistici.
Ma come attrarre viaggiatori da tutto il globo? A questa domanda trova risposta Hamad bin Mejren, executive director of business tourism of Dubai Dtcm: «L’obiettivo di Dubai è diventare una delle più grandi attrazioni mondiali. Per farlo, non resta che creare attrazioni uniche al mondo». Attrattiva quindi creata dall’unicità, dall’esclusività più che da bellezze storiche o naturalistiche. Sembra quasi un gioco di parole ma a Dubai diventa realtà. Qualche esempio? Si può partire dall’alto, guarda caso. Il celebre Burj Al Arab, la “vela” simbolo dell’emirato, inaugurata nel 2002, sfiora 321 metri di altezza ed è stata sino a una manciata di mesi fa l’hotel più alto del mondo. Il primato, l’ha perso a inizio anno, per cederlo ai 333 metri del Rose Tower, anch’esso, neanche a dirlo, a Dubai. Ma per lambire le nuvole, 300 metri d’altezza sembravano pochi. E si doveva considerare il rischio che la competizione delle metropoli del Sud-est asiatico - su tutte Shangai e Hong Kong - si facesse sfrenata: ecco quindi arrivare il Burj Khalifa, costato qualcosa come 1,5 miliardi di dollari e inaugurato proprio a inizio 2010, che con 828 metri di altezza, ha centrato il record della struttura più alta al mondo, fugando ogni dubbio sulla vocazione all’espansione verticale di Dubai.

Stefano Gianuario

Sdraiata sul fianco, questa verticalità diventa orizzontalità. Nessun paradosso della fisica, ma Dubai è stato il primo porto del Golfo ad aprirsi alle crociere. E i “gioielli del mare” con la loro stazza, la loro grandezza e il loro prestigio, possono essere considerati grattacieli in orizzontale. Per non sbagliare, gli arabi hanno investito parecchio per accogliere i grattacieli orizzontali. Il nuovo terminal crociere al porto di Dubai ha aperto i battenti a febbraio ed è stato solo il punto principale di un piano del governo vòlto a intensificare il segmento crocieristico, che conta su un budget di 25 miliardi di dollari. Soldi ben spesi: sono i numeri a dirlo, basti considerare che nel 2001 i crocieristi erano poco più di 7mila, mentre nel 2008/2009 gli arrivi via mare hanno raggiunto quota 260mila e l’obiettivo per il 2015 è fissato a 575mila crocieristi per un totale di 195 navi.

Ecco un’altra missione, un altro cammino che persegue l’emirato: la corsa alla grandezza, alla politica dell’eccesso, della tracotanza e perché no, al pacchiano. Ancora una volta si punta in alto quindi, al meglio, al di più. Lo dimostrano i primati, la scia di record inanellata mese dopo mese. The Dubai Mall è un centro commerciale da 1.200 negozi, che appena vista la luce, nella primavera 2009, è diventato il più grande al mondo. Ma sono già aperti i cantieri per tenere salda la bandiera dell’emirato su questo primato: entro il 2015 sarà inaugurato il Dubailand che raddoppierà le dimensioni del Dubai Mall. E ancora, in un altro centro commerciale - il Mall of Emirates - trova casa lo Ski Dubai, spazio che offre una discesa innevata di 400 metri, permettendo quindi di sciare in mezzo al deserto. Un’attrazione esclusiva che sarà affiancata a breve da un altro snow dome cinque volte più grande.
A Dubai l’altezza è da leggersi anche come nobiltà, come prestigio, concetti che per gli emiratini parlano italiano. Non a caso qui è in costruzione il Palazzo Versace, un hotel in stile reggia di Versailles arredato in rigoroso stile italiano, come il neonato, primo al mondo, hotel Giorgio Armani.

Stefano Gianuario

Ma ci sono aspetti della verticalità meno nobili, che non fanno sorridere né tanto meno meravigliare. Li incontriamo se la verticalità è intesa come gerarchia, come scala sociale, con divari imbarazzanti. Il Pil pro capite degli Emirati Arabi è stabile nella top ten mondiale, con circa 55mila dollari annui, stando all’ultima rilevazione del Fondo Monetario Internazionale. Dato che non deve far credere però a un benessere generalizzato. Su circa 1,8 milioni di abitanti, solo il 10% è autoctono, mentre il restante 90% è straniero. A Dubai si importa tutto, e se una piccola percentuale di lavoratori esteri è rappresentata dall’intellighenzia europea e statunitense che opera nel terziario avanzato, nella finanza, nell’ingegneria o nella ricerca tecnologica, la stragrande maggioranza è incarnata da altri lavoratori, che provengono dal Sud-est asiatico, dal Subcontinente indiano e si occupano di tutte le mansioni più umili e pesanti. Vera manodopera, che lavora soprattutto nell’edilizia, per permettere la corsa verso il cielo. Orari di lavoro da pre-rivoluzione industriale con turni sino a 18 ore, sei giorni su sette e straordinari non pagati. Gli stipendi non superano 500-600 dirham (100-120 euro al mese) ma per pagarsi il cibo e un posto dove dormire lo stipendio si dimezza.
Molti operai preferiscono ripiegare sui campi di accoglienza per lavoratori stranieri, dove ammassati in poche stanze e in precarie condizioni sanitarie non è difficile incappare in malattie. Ecco sorgere il problema della sanità, non garantita e dai costi esorbitanti. Dopo i primi scioperi del 2007, ad oggi ancora illegali, dei lavoratori stranieri, il governo di Dubai ha preso dei primi timidi provvedimenti, come dimostra il Manual of the General Criteria for the Workers’ Accommodations, redatto per tutelare la dignità dei lavoratori stranieri e approvato nel settembre 2009. Ma Nicholas McGeehan, fondatore dell’associazione Mafiwasta (in arabo, “senza identità”) che si batte per tutelare i diritti dei lavoratori stranieri negli Emirati Arabi, ha dichiarato in un’intervista a Peacereporter che si tratta solo di palliativi o, meglio, di promesse per tenere a bada la comunità internazionale. McGeehan assicura che le condizioni dei lavoratori stranieri rasentano ancora la quasi-schiavitù.

Si può restare abbagliati da Dubai, per la sua grandezza, per lo sfarzo, l’opulenza e la possibilità di trovare pressoché tutto quanto possa offrire il mondo contemporaneo. Oppure percepire un gran senso di smarrimento e turbamento per l’altra faccia della medaglia: l’eccesso, la grandezza smisurata e i trattamenti riservati alla manovalanza straniera. Sta alla sensibilità e alla consapevolezza di ognuno. Di certo, l’emirato è entrato nel novero delle città futuribili, delle realtà uniche al mondo, e ha fatto leva sulla sua ambizione, nel suo puntare in alto, verso il cielo.

Stefano Gianuario è nato a Milano nel 1985. Giornalista pubblicista, freelance, scrive di turismo, cronaca e musica. Suona nella noise band Hezel. Nel 2004 ha pubblicato il romanzo Le cose di Jack

     
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