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Il periodico
Dopo una laboriosa (e avventurosa) preparazione, a ottobre 2009 esce il numero zero di www.possibilia.eu periodico online per curiosi. Una realizzazione che riflette l'orizzonte libero e senza preconcetti della nostra linea editoriale.
Da subito, un gruppo di autori aderisce al progetto, alcuni dei quali formano il nucleo redazionale più stabile.
Possibilia si non si propone di fare informazione in senso stretto: tante altre testate più veloci e attrezzate ricoprono già questo ruolo. La nostra rivista desidera offrire ai suoi lettori contenuti insoliti, dando diritto di cittadinanza a temi o chiavi di lettura spesso trascurati o snobbati. Un periodico generalista a 360 gradi? Solo in parte. Possibilia non funziona per compartimenti tematici, ma per modalità di approccio alla materia. Accoglie così una sezione per Dilettarsi, una per Pensare e una per Sorridere. Si aggiungono una sezione di News - la sezione “d'attualità” della testata - e una sezione destinata ai Pubbliredazionali, con lo scrupolo di mantenere eticamente distinti contenuti commerciali e redazionali, valorizzando così entrambi.
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foto di Samuel Cogliati
Incontro con Mario Botta

“Architetti come una volta”
L’organizzazione dello spazio di vita umana alla prova della densità urbana dettata dall’equilibrio economico.

di Samuel Cogliati

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Mario Botta fu il fautore dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, in Canton Ticino, nata nell’ottobre 1996 come prima facoltà dell’Università della Svizzera italiana. Economia, Scienze della comunicazione e Informatica, basate a Lugano, si aggiunsero negli anni seguenti. Istituzioni che oggi rispondono anche all’esigenza di rappresentare la cultura italiana (di cui il Ticino è parte) all’estero e di aderire alle rigorose scelte strategiche di sviluppo di un Paese come la Svizzera.

Abbiamo conosciuto l’architetto Mario Botta all’Accademia in un incontro piuttosto informale, durante il quale ci ha parlato della posizione dell’uomoarchitetto nella sua visione del mondo, più che di aspetti tecnici.
«Culturalmente - spiega Botta - il progetto dell’Accademia nacque nel 1991, quando il Consiglio Federale mi chiese una riflessione sull’insegnamento dell’architettura in Svizzera. Le storiche università di Losanna e Zurigo andavano conservate così com’erano, ma mi sembrava interessante pensare a un progetto diverso. Due anni più tardi, il Cantone prese la decisione e io estrassi dal cassetto questo disegno. La scuola nacque nell’incredulità delle altre otto università svizzere, perché nessuno pensava che facessimo sul serio. A ottobre 1995 lanciammo un anno sperimentale».

«Noi non diamo soluzioni»
«Questa scuola ha un profilo che si distanzia molto da quello tecnico-razionale delle scuole svizzere. Nasce in maniera complementare all’insegnamento esistente e dall’idea che per rispondere alla complessità della cultura moderna e alla rapidità della trasformazione del mondo attuale, per l’architetto sia molto più interessante una formazione umanistica anziché tecnica, come quella delle discipline esatte. Noi rovesciammo il principio vigente, pensando che una scuola debba avere innanzi tutto una funzione critica. Capire le cose è più interessante che farle. Mentre gli altri avevano puntato tutto sulla logica, la matematica, il computer... dal nostro punto di vista questo era un errore, perché inseguiva le possibili soluzioni più che i problemi. La nostra scuola voleva invece sollevare una riflessione: noi non diamo soluzioni, quelle le dànno il mercato, la professione, la tecnologia, l’industria...
«Ecco perché all’accademia le discipline umanistiche svolgono un ruolo importante: filosofia e storia del pensiero sono strutturali nei cinque anni di studi. Abbiamo cominciato con Massimo Cacciari, poi con la storia dell’arte insegnata da Carlo Bertelli, attingendo a piene mani dalla cultura italiana, per proseguire con la storia del territorio con Denevolo. E ancora il corso di “ecologia umana”: per un architetto, ecologia è solitamente un termine che ha un significato tecnico: stabilisce come isolare i muri, ottenere un risparmio energetico... Noi le abbiamo dato un’accezione diversa con l’insegnamento del parigino Albert Jacquard, al quale abbiamo chiesto di spiegare che cos’è l’uomo oggi sulla Terra, dal punto di vista biologico. Gli è succeduto Riccardo Petrella, che ha lavorato sul problema dell’acqua e dei cambiamenti climatici, la grande trasformazione epocale che cambierà il mondo. Petrella vorrebbe che il suo ciclo di lezioni contribuisse a un programma di ricerca per preparare il nuovo protocollo di Kyoto del 2013.
«Abbiamo seguito la stessa strada per le materie scientifiche. Preferiamo affrontare la matematica comprendendone i problemi, perché al cospetto dei colleghi ingegneri noi architetti saremo sempre dei dilettanti, ma non vogliamo subire i diktat della tecnica. Ecco perché ci servono i pensieri e le idee della matematica. Per affrontare le scienze delle costruzioni, ad esempio, abbiamo la necessità di capire perché l’uomo sta in piedi, il che ci spiega tutti i problemi della statica, con la trasmissione dei carichi al suolo. Così, per un verso semplifichiamo i problemi, dall’altro andiamo in profondità.
«Al centro di tutto questo c’è poi la realizzazione del progetto, un progetto critico - non tecnico - che tiene conto del contesto come fatto geografico ma anche storico, di memoria. La sua creazione, negli atelier, occupa il 50 per cento del tempo degli studenti.
La nostra scuola conta circa 100 allievi l’anno e dura cinque anni più uno di pratica obbligatoria. Vorremmo dare una formazione generalista, che formasse architetti “come una volta”, capaci di occuparsi di pianificazione territoriale come di design. Siamo profondamente contrari al trend attuale che moltiplica l’insegnamento specialistico, dal disegnatore industriale al disegnatore di moda o di oggetti. Noi crediamo che questo aspetto interessi soprattutto le scuole professionali o alcune ditte molto più brave di noi a dare le risposte tecniche.
«Con la nostra scuola, inoltre, abbiamo aperto ciò che la Svizzera aveva chiuso: una cultura multietnica, a cominciare dall’Italia, per poi allargarci al resto del mondo. Perché i problemi delle favelas dell’America latina sono altrettanto importanti di quelli del Kazakistan. Quest’apertura vale anche nella selezione dei docenti, che provengono da tutto il mondo e che possono restare fino a un massimo di 4 anni + 4. Non di più. Stesse condizioni per i professori “di ruolo”. Qui di stabile non c’è nulla».

- In che lingua si insegna all’Accademia?
«La prima lingua è l’italiano, la seconda l’inglese. Alcuni docenti insegnano anche in francese o in tedesco, ma negli atelier la lingua principale... è la matita, il disegno».

- Come avviene la selezione degli studenti?
«C’è un numero chiuso. Ci sono una prova scritta e una orale, che servono a verificare che ci sia un “linguaggio comune”, fatto di matematica, storia dell’arte, cultura generale... Ma noi spingiamo molto sull’autoselezione, cioè sulla consapevolezza che per lo studente questo sia davvero il suo lavoro».

- La presenza dell’accademia sta cambiando Mendrisio?
«Sì. Quando abbiamo iniziato, non avevamo neppure una casella postale. Oggi, a fianco dell’accademia, ci sono un campus per 70 studenti, un’associazione che assegna borse di studio, l’archivio del Moderno che attira ricercatori, un museo dell’architettura che sta nascendo. Ma questa è una terra di architetti: dai tempi dei mastri comacini, il fatto di avere laghi e montagne ha fatto sì che la gente di qui o andava a vendere castagne o a trattare con la pietra nel mondo intiero. Questa facoltà è legittimata da secoli di emigrazione, a San Pietroburgo, a Mosca, con il Borromini, in America latina... Anch’io sono un emigrante, anche se un’emigrante di lusso. Il 90 per cento del mio lavoro è “fuori”».

   
Museo MART
Foto di Pino Musi
  Museo MART
Foto di Enrico Cano
  Santo Volto
Foto di Enrico Cano
   
Santo Volto
Foto di Enrico Cano
  Berg Oase
Foto di Urs Homberger
  Berg Oase
Foto di Enrico Cano
   
Petra
Foto di Enrico Cano
  Château Faugères
Foto di Enrico Cano
  Campari
Foto di Mario Carrieri

- Qual è il ruolo dell’architetto?
«È molto semplice: organizza lo spazio di vita dell’uomo - dall’oggetto domestico alla dimensione territoriale -. Al di là delle linee politiche, penso che questo dovrebbe essere di competenza dell’architetto».

- Quanta libertà ha l’architetto, oggi?
«Da un lato, pochissima. In questo mondo, infatti, molte scelte avvengono a monte della disciplina. Anzi, non le fa più nessuno. La complessità del nuovo e la rapidità della trasformazione non dànno più posizioni univoche. Quando va bene, c’è una risposta parziale, perché l’indotto o il relativo modificano più il contesto che l’azione per la quale si è intervenuti. Di riflesso, noi viviamo di una serie di elementi che leggiamo come un grande caos e che di volta in volta modificano le strategie di spazio».

- Quindi oggi l’architettura è un po’ l’arte di adattare lo spazio?
«È l’atto di progettare. Ma questo progetto è subordinato a tantissime componenti: ecologiche, ambientali, economiche, finanziarie... Il nostro tentativo è di dare più consapevolezza e di non lasciare queste scelte alle grandi multinazionali o ai general contractor. Il modello di abitazione di Milano non è determinato dagli architetti, ma da Ligresti. Milano subisce. La complessità è molto elevata e lo spazio dell’architetto è molto limitato, ma quando è possibile, quando il progetto riesce a stabilire una sintesi, poi lascia il segno. O si costruisce per la città o si costruisce contro la città».

- In ultima analisi, la libertà dell’architetto sta nella miglior sintesi possibile?
«Sì. Quanto più un architetto sa trasformare questa complessità in un fatto formale, tanto più forte è il progetto. E tanto meglio sono intuite le esigenze della collettività. Oggi è difficile interpretare. Io sto progettando una chiesa: per fare una chiesa dopo Picasso o Duchamp... bisogna reinventare un senso estetico ma anche etico che risponda alla sensibilità del mondo di oggi. E così nell’abitare o nel trasporto. La città ha perso due connotazioni che l’avevano sempre identificata: l’idea di centro e quella di limite. Oggi i centri sono molteplici e il limite è superato da un tessuto urbano continuo. Sono temi enormi. Se non so come affrontare questi temi, io rifiuto l’incarico, altrimenti diventa un tormento. Non si può fare tutto».

- In tessuti urbani così congestionati come i nostri, la verticalità ha un valore, nell’architettura di oggi?
«Più che la verticalità di per sé, quando si costruisce, oggi spesso è in gioco la densità urbana data da un equilibrio economico. Non ci sono disponibilità infinite, i valori reali - in buona sostanza soldi dati alla comunità [servizi, strutture, parcheggi... ndr] - sono pagati poi da chi acquista i manufatti. Quando è in gioco un alto numero di metri quadrati su una superficie, il costo è dato dallo spazio che si vuole lasciare libero a terra. Sono leggi economiche, non architettoniche. La densità urbana è un problema di piano, di scelte politico-economiche, non dell’architetto. «Se potessi, io progetterei solo chiese o luoghi di culto. Il tema del sacro è interessante, in una società apparentemente staccata da queste questioni. La chiesa ha analogie con il teatro, ad esempio, ma è più essenziale: si entra per meditare e andare oltre il finito, ma senza tutta la macchina scenica del teatro. Io credo nell’architettura, per fare l’architetto bisogna credere nell’architettura, è la sola cosa sicura - il resto è personale e bisogna mantenere distinti i vari piani -. Le chiese più brutte costruite nel Novecento sono state fatte in nome della fede, perché gli progettisti erano buoni fedeli ma pessimi architetti».

- Per degli architetti, lavorare in due, a quattro mani, è più facile o più difficile?
«È impossibile. Nel mio modo di lavorare, è impossibile. Ciò che io demando a partner locali è la parte esecutiva, perché l’architettura è un fatto locale, per cui servono interlocutori».

- Perché in terra lombarda - a Milano come a Lugano - si usa così poco il colore?
«Noi abbiamo un po’ una tradizione purista. Sia nell’architettura organica, dove il materiale è sacro e non si può modificare, sia in quella modernista e razionalista, come il Bauhaus, questa concezione è conservata inconsciamente».

- È una sorta di castrazione?
«No. Non è una castrazione anche perché il colore può annoiare. Il colore è dato dalle persone, dalla vita, ma se lei ha uno spazio tutto rosso... diventa difficile... E poi c’è la componente geografica e antropologica. Da noi il colore assorbe troppo la luce, infatti quella mediterranea è una cultura del bianco. Vede, non si può prescindere da questo genere di costanti oggettive, come anche la trasmissione dei carichi al suolo. Lì c’è un grande equivoco dei media, un po’ come le mode culturali: “Quest’edificio è bello perché è leggero”, dicono alcuni. Balle! Se voglio fare qualcosa di leggero faccio un aereo. L’edificio trova la sua ragione d’essere nella gravità. Le nostre città sono belle perché lavorano a gravità, con l’idea del peso, della durata, dell’appartenere alla terra madre. Certo, ci sono delle scappatoie... ma la leggerezza di cui si parla oggi è ancora figlia di Calvino, è letteraria. Nella costruzione, la leggerezza fa ridere: si parla di migliaia di tonnellate da trasmettere al suolo».

- La forza di gravità è all’origine dell’uso della linea retta?
«No. Basta pensare alla torre di Pisa... [ride] La scelta della retta rispetto agli altri 359 gradi è semplicemente perché è la più razionale, perché si appoggia perpendicolarmente a terra. Se ci appoggiamo con una linea inclinata, le forze diventano due: una verticale e una orizzontale».

- Quindi più razionale nel senso di funzionale, semplice da gestire?
«Sì, più semplice, economica. Io preferisco le forme pure, i solidi primari: il cubo, il triangolo, la sfera, il cilindro... perché hanno una percezione immediata. Si dà al cervello la possibilità di leggere il tutto. Heidegger diceva che l’uomo abita quando ha la capacità di orientarsi all’interno dello spazio. Quindi la capacità di leggere lo spazio ha un valore abitativo. Un cilindro lo leggo anche dietro alle mie spalle, perché il mio cervello costruisce automaticamente anche la profondità».


Chi è Mario Botta?
In un mondo votato alla specializzazione un uomo come Mario Botta è quasi una nota stonata. L’architetto svizzero, nato a Mendrisio nel 1943, è tornato nella sua città da un ventennio dopo aver lasciato un segno, architettonico, un po’ in tutto il mondo. Obiettivo: fondare la nuova Accademia di Architettura.
Da una persona che realizza il suo primo progetto a 16 anni c’era da aspettarsi una grande carriera . Dopo gli studi al liceo artistico a Milano e all’istituto universitario di architettura Iuav di Venezia, Botta inizia a progettare case unifamiliari che lo rendono noto. Da allora la sua fama, di disegnatore e di insegnante, cresce fino a diventare mondiale. Tra le opere più famose la ristrutturazione, dal 2002 al 2004, del teatro alla Scala, il museo di Arte Moderna di San Francisco (dal 1989 al 1995) e la torre Kyobo a Seoul (dal 1989 al 2003). Nel suo curriculum può vantare collaborazioni con Le Corbusier e Louis Kahn. Poliedrico ma anche pragmatico - un po’ come la sua idea di architettura - Botta non si è mai focalizzato su un tipo di costruzione ma ha spaziato in tutti campi, variando anche nello stile e nella scelta dei materiali. Il grande amore di questo creatore, però, è uno: il luogo di culto. Vibrazione nata dall’interesse per la sacralità di questi edifici e stimolo per l’architetto a uscire dalla dimensione di disegnatore per approdare a quella di pensatore. (Giulia Pepe)
     
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