(la copertina delle “Canzoni della cupa” – fotografia Samuel Cogliati)

La tournée di “Polvere – Canzoni della cupa” è qualcosa di più che bella

di Samuel Cogliati 

Milano – 29 giugno 2016 

C’è un passo della scaletta dello spettacolo estivo 2016 di Vinicio Capossela che rende bene l’idea di che cosa essa sia. Curiosamente questo passo non appartiene alle tracce dell’ultimo album, su cui è imperniata gran parte dello spettacolo. È quando, a concerto ormai abbondantemente inoltrato, Vinicio arringa il pubblico con L’uomo vivo, brano di “Ovunque proteggi” (2006). Il ritornello di quel pezzo proclama, a ugola spianata: «è pazzo di gioia, è l’uomo vivo!» Ecco: questa descrizione si attaglia perfettamente a Capossela, perché appare sulla ribalta visibilmente felice in ogni momento, e perché il concerto, più che uno spettacolo, è una vera e propria festa. Festa di paese – in un certo senso – festa popolare d’altri tempi, condivisa, travolgente e travolta da sonorità mediterranee, da strumenti pre-moderni, da miscele di rumori naturali e di grida umane, da umori bandistici… 

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Non occorrevano le “Canzoni della cupa” – che, per inciso, sono un gran bell’album, e che avranno bisogno di tempo per rivelare agli uditori tutto il loro potenziale sedimentato – per dimostrare che Capossela, a 50 anni, è un artista pienamente maturo. Questo lo sapevamo ormai da tempo. Ciò che il tour di “Polvere” rende evidente è che sia il repertorio sia l’espressività del ragazzo di Calitri trascendono ampiamente le fonti dalle quali si ispirano. Vinicio possiede (e padroneggia) un’urgenza narrativa e uno stile personali e originali, convincenti sotto tutti i riguardi. Innalza i miti e le leggende della terra e della ruralità a ricercata espressione artistica, solo apparentemente semplice e invece frutto di una sofisticata ricerca e di una cura ossessive. Riesce nell’improbabile e difficoltosa impresa di restituire il sangue e l’anima del popolo senza tradirli, mostrando l’appartenenza a questa sfera ma senza caricatura né forzatura. Capossela si immerge e al tempo stesso si tiene a debita distanza – poca ma debita distanza – da questo mondo, perché la verve e la padronanza tecnico-artistico-cognitive sono di altro livello, e perché lo trascende nell’immaginazione, una fantasia abitata da mostri e da bestie, da donne e da una violenza mai gratuita. Nel suo gusto e nel suo tatto non c’è snobismo, non c’è alterigia né compiaciuta archeologia culturale. Ciò che deve riuscire, riesce con naturalezza e assieme con la consapevolezza che si tratta di una grande, enorme messinscena. Con il riguardo che si deve alla fatica.
Lunga vita a Vinicio Capossela, che incarna una delle parti più vitali e autentiche della creatività italiana contemporanea.

cogliati@possibilia.eu