(foto Samuel Cogliati)

Assaggi sparsi dal festival 2014, tra quesiti, conferme e sorprese.

di Giorgio Fogliani

giugno 2014

Trentasette cantine, 74 bottiglie. Si presentava così il “Festival Franciacorta a Milano” lo scorso 26 maggio 2014, in uno scenario, il chiostro del museo della Scienza e dalla tecnologia, dei più suggestivi.
Grandi e piccoli produttori, tutti con due bottiglie in degustazione (di solito, ma non sempre, un brut sans année e un millesimato più maturo, oppure un rosé): una formula snella e democratica, un po’ addetti-ai-lavori e un po’ glamour.

Prima di abbandonarmi alle sabbie mobili delle impressioni e dei commenti, ci sono delle premesse da fare. (Le-mani-avanti, la recusatio, chiamatelo come volete ma è il momento più bello: deresponsabilizzante, quasi assolutorio, retorico come nessun altro). Innanzitutto, ho il grande difetto di cercare in ogni metodo classico – irrazionalmente e irragionevolmente – lo champagne (e ovviamente non ce lo trovo mai); è un difetto grave, che trascende cose importantissime, come l’identità e il terroir. Ma sto cercando di curarlo. E poi, da quando ho (felicemente) scoperto Casa Caterina, con i suoi ex franciacorta, extra-franciacorta, o forse addirittura post-franciacorta, i miei punti cardinali sono stati stravolti, anzi polverizzati. Insomma, per farla breve, sono più sensibile a potenza, espressività, lunghe soste sui lieviti, cremosità, che a finezza e (presunta) facilità di beva.

Ma entro nel merito. Mi pare di poter ricondurre i campioni che ho assaggiato a due gruppi principali (più uno):

1) il primo gruppo è composto da (tanti!) vini abbastanza semplici, dal naso quasi silenzioso o comunque prevedibile e piuttosto stereotipato. I produttori e una parte della critica li presentano come vini (anzi, «bollicine») da aperitivo, come se l’aperitivo non potesse contemplare qualcosa di più caratterizzato, ma si dovesse per forza bere sempre lo stesso vino, senza pensarci troppo. Il paradosso è che sembra che queste bottiglie rincorrano il prosecco. Ma allora, come sempre, meglio l’originale…

2) Nel secondo gruppo trovo vini grassi e cremosi, spesso riserve o frutto di affinamenti in legno. Lì per lì mi emozionano di più (vedi alla voce premesse), ma hanno forse il difetto, a volte, di fare il verso allo champagne e di risultare magari golosi; il rischio della pesantezza è però sempre in agguato. Tra questi ultimi, quelli che mi hanno convinto di più sono stati, in rigoroso ordine alfabetico:
– Bellavista “Alma Cuvée” brut s. a. (80% ch, 19% pn e 1% pb, 48 mesi sui lieviti)
– Bellavista brut 2008 (70% ch, 30% pn)
– Ca’ del Bosco Cuvée Annamaria Clementi Riserva 2005 (55% ch, 25% pb, 20% pn, sette anni sui lieviti, sboccatura realizzata in assenza di ossigeno in modo da non aggiungere ulteriori solfiti – la SO2 è, alla fine, inferiore a 50 mg/l, circa un terzo del consentito)
– Monte Rossa “Salvàdek” extra-brut 2009 (95% ch, 5% vino di riserva)
– Vezzoli Giuseppe, “Nefertiti Dizeta” extra-brut 2008 (100% ch).

3) Ho parlato di un terzo (pseudo-)gruppo perché alcuni franciacorta degustati non si ri(con)ducevano né al primo né al secondo, ma uscivano felicemente dallo schema, senza per questo essere simili tra loro. Mi hanno sorpreso, e a volte sono pure riuscito a capire perché. Eccoli:
– l’azienda Colline della Stella (al banco degustazione è presente l’enologo Nico Danesi, con il quale ho avuto il piacere di parlare brevemente) imbottiglia solo franciacorta non dosati e lo fa, assicurano, da prima che diventassero di moda: una scelta non ideologica, ma dettata dal terroir. Molto convincente il Franciacorta s. a. (ma di fatto, pare, un 2011): 90% ch, 10% pn, circa 20 mesi sui lieviti. Al naso è immediatamente riconoscibile un’impronta marino-iodata, che insieme a una buona freschezza ne fa un vino verticale, non strutturatissimo ma assai godibile e per niente banale. La proposta è completata da un buon rosé (100% pn, 2010) dove si ritrova con piacere la stessa salinità.
– La nota salina si ritrova, ma fusa in una maggiore cremosità, nelle cuvée proposte da Le Marchesine: un brut s. a. (ch 60%, pb 25%, pn 15%), 25 mesi sui lieviti e vendemmia a grappoli interi, come tengono a precisare; e un brut blanc de blancs 2008, 36 mesi sui lieviti. Quest’ultimo regala qualche piacevole nota di erbe aromatiche (origano).
– Mirabella presenta invece un brut s. a. (70% ch e 30% pb, 24 mesi sui lieviti), e il brut “Demetra”, stesso taglio ma permanenza sur lie doppia. Molto interessanti e ben connotati entrambi, con una bella nota agrumata e la piacevole scoperta della frutta tropicale. La cuvée Demetra sfoggia note più intense e variegate di miele (e di qualcosa che, se non fosse così fuori luogo, ricorderebbe la botrytis), senza per questo perdere la freschezza del fratello minore.
– L’unico blanc de noirs che ho trovato è stato il “Cisiolo” di Villa Crespia Muratori, un pas dosé s.a. che passa 35-40 mesi sui lieviti e non li nasconde affatto: frutta secca tostata, crosta di pane, molto espressivo e molto sicuro di sé. A ragione.

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